Cesare Pavese – Lavorare Stanca

Otto o nove anni, non di più. Ricordo che nel comodino di mia mamma, trovai questo libro con la copertina bianca e le striscie orizzontali rosse…una raccolta di POESIE, così s’intitolava. Sopra le righe rosse la foto di questo poeta, Cesare Pavese, con gli occhiali che oggi definiremmo da intelletuale demodè e questo sguardo triste, stanco eppure fiero… i libri mi hanno sempre affascinato, per i contenuti certo e per quel certo “non so che” che la carta ti dona mentre sfogli le pagine… li ho traditi per l’ebook per problemi di spazio, ma tenere in mano un libro è , sempre, un’esperienza ai limiti del godimento fisico. I libri mi hanno sempre affascinato, dicevo, e presa in mano quella raccolta di poesie fui stimolato da un titolo, assai banale: LAVORARE STANCA, scorsi le pagine e lessi la poesia che da bambino qual’ero abituato alle poesie scolastiche da imparare a memoria, mi parve ostica e poco musicale, ma ora mi appare certo che nella stanchezza del lavoro ci siano poca musica e poca dolcezza, e quel lavoro intriso nella poesia era nient’altro che aspro. Chiusi il libro e lo riposi nel cassetto, non dopo aver letto le note sull’autore…avevo chiaro che non era uno scritto “facile”. Una quindicina d’anni dopo Lavorare stanca fu divorato, letteralmente, in una notte di lettura e la vita e le opere di Cesare Pavese divennero un punto di riferimento costante, pur nella loro asprezza e rigore. La poesia, letta ma anche, timidamente e presuntuosamente scritta (e quasi mai condivisa) divennero un rifugio segreto dell’anima che ancora oggi mi conforta nei giorni peggiori.

LAVORARE STANCA

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Cesare Pavese – 1936

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