Francesco Tomada – 7 polaroid da Campoformido

Amo le poesie di Francesco Tomada. Non da oggi. E amo questa in particolare, questa composizione di 7 immagini in poesia di Campoformido. E mi sento a disagio. E’ davvero difficile parlare di questa poesia, o della poesia di Francesco in generale. E non perché sia poesia difficile. Anzi tanto è asciutto, scarno e allo stesso tempo ricco e raffinato il suo tessere versi, che la lettura scorre veloce lasciandoti un retrogusto dolceamaro di vita e facendoti pensare. E’ difficile perché Francesco è un Amico. Vero. Testimone alle mie nozze con Stefania, 30 anni fa ormai. E io quel Campoformido lì, l’ho sfiorato, quasi vissuto insieme a lui. Ci hanno accomunati tante cose negli anni della gioventù: la musica, le sbronze, le idee, le lettere, le feste, Trieste, Gorizia, addirittura un concerto di Steve Wynn a San Donà di Piave, metà strada… Quanto Friuli nella mia giovinezza, con Francesco e Paola e Stefania, la mia, e Stefania, la sua, che 20 anni fa ci ha lasciati basiti e increduli, e quella gente di poche aspre parole, ma sufficienti a farti sentire che eri con loro…uno di loro, loro col cuore grandissimo. E spero davvero di non fare un torto alle sue opere ospitandole su questo presuntuosissimo blog.

Oggi ci sentiamo ogni tanto, con immenso piacere e io leggo le sue opere che fanno senza dubbio sempre bene al mio cuore. Vi lascio queste 7 polaroid, meravigliose e dolenti immagini di una Campoformido che oggi, per tnati motivi, non c’è più.

Sette polaroid da Campoformido
(Inediti, 2011)

I.

Ai gatti non ci si poteva affezionare
(nemmeno se entravano nel letto per scaldarci
quando avevamo l’influenza)
perché poi morivano d’improvviso
per colpa della statale davanti a casa

e tutti a dire che non dovevamo piangere
perché loro avevano sette otto nove vite
non ricordo nemmeno quante
                ma le auto erano sempre
                                                  una di più

II.

Eravamo questo:
le partite a calcio nel pomeriggio
borc di sore contro borc di sot
nel campetto dietro l’Osteria al Trattato

io giocavo in porta
ero proprio bravo a tuffarmi ma soltanto verso destra
sarei potuto diventare davvero un buon giocatore
però a metà, senza simmetria

non ho rimpianti, questo no
l’unico segno rimasto
è che sorrido senza un motivo apparente
se capita che in mano mi resti
un calzino spaiato

III.

Eravamo questo:
passare tutti i giorni dopo la scuola dal signor Mario
che mi insegnava a lavorare il legno
fino a quando tu non mi hai detto
non puoi andare sempre, non sta bene
e io Mario sta bene, non è malato
e tu hai capito cosa intendevo
e invece no davvero, madre
io capisco tutto così tardi
anche il motivo per cui Lia
veniva a trovare papà sempre di mattina
quando in casa noi non c’eravamo mai

IV.

Ho visto:
il corpo di una talpa morta sull’asfalto
sui resti quasi decomposti delle orecchie
due farfalle azzurre che battevano le ali
sembrava volessero sollevarla
una bellezza assoluta ma triste

ho pensato:
allora gli angeli esistono davvero
però non riescono a portarci in cielo

V.

Per entrare nel Club dei Ragazzi del ‘66
serviva almeno una cicatrice fresca
che invece a me mancava

poi sono caduto con la bici
mi sono rovinato la faccia le mani le ginocchia

sono tornato da mio padre
mostrando le ferite come una conquista
e ridevo e piangevo insieme

mi capiva – credo – ma in famiglia
avevamo modi strani per esprimere la gioia
forse per questo prima di disinfettarmi
                  me ne ha date tante

VI.

Eravamo questo:
pomeriggi a giocare con mio cugino Michele
a calcio ai soldatini o con la sua pistola
che sparava freccette sul bersaglio
         ma quella mi divertiva meno
         perché lui era più bravo di me
infatti a vent’anni quando ha preso
un fucile e se lo è puntato sul cuore
ha fatto centro al primo colpo

VII. Lietofine

Le cose che ho imparato allora
e poi non mi sono servite a niente
io le tengo comunque che non si sa mai

sapere che ciò che per l’acqua
è morire di freddo sull’erba
per noi è la brina

l’idea di una prigione per rondini:
con uno spago legato attorno alla zampa
le avrei tenute ferme a terra

         la più inutile di tutte
         mi fa ancora sorridere
scoprire che se pedali forte in bicicletta
ti nasce intorno un vento
che per gli altri non soffia

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