Giovanni Pascoli – La Vertigine

L’approccio alla poesia non può prescindere dai classici italiani dell’800 di cui Pascoli è sicuramente un rappresentante eccelso. Discepolo del Carducci di cui fu allievo, perde il padre a 11 anni in circostanze poco chiare e l’omicidio del genitore, a cui dedicherà ben due componimenti: la famosissima La Cavalla Storna, e X agosto, segna fortemente la sua esistenza anche perchè nei successivi 10 anni, segnati dalla strenua ricerca della verità sull’omicidio perde la sorella Margherita, la madre, e due fratelli, Luigi e Giacomo. Nel 1877 si iscrive all’università di Bologna e durante gli studi si avvicina a posizioni anarco-socialiste che lo porteranno anche in carcere. Uscito dalle patrie galere si sgancia dall’impegno politico in concomitanza con l’omicidio di Re Umberto I da parte di Gaetano Bresci. All’episodio dedicherà la poesia A Re Umberto.

Nel contempo sviluppa la poetica del fanciullino, in cui teorizza che la poesia sia tale solo quando il poeta riesce ad esprimersi come se fosse in età infantile quindi “senza malizia alcuna e con stupore per le cose di codesto mondo” e nonostante il dichiarato positivismo si afferma come il principale poeta decadente italiano, proponendo una poetica per immagini ben diversa dalle figure retoriche di Carducci, Leopardi e del suo contemporaneo D’Annunzio.

La poesia di oggi, La Vertigine, si collega al filone della poesia cosmica all’interno della quale Pascoli porterà un sentimento di sperduta solitudine nei confronti dell’universo che ancora non era apparsa nella poesia italia del tempo.

GiOVANNI PASCOLI – LA VERTIGINE

Si racconta di un fanciullo che aveva
perduto il senso della gravità...

I

Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto
voi vedo immersi nell'eterno vento;

voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all'erbe dell'aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.

Oh! voi non siete il bosco, che s'afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d'altrettanto non va su, sotterra!

Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s'effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.

Eternamente il mar selvaggio l'onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.

Ma voi... Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
a questa informe oscurità volante;

che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell'oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!

Ma quando il capo e l'occhio vi si piega
giù per l'abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il luccichìo di Vega...?

Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d'erba, per l'orror del vano!

a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

II

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,

su quell'immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!

Su quell'immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.

Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:

se mi si svella, se mi si sprofondi
l'essere, tutto l'essere, in quel mare
d'astri, in quel cupo vortice di mondi!

veder d'attimo in attimo più chiare
le costellazïoni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!

precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d'un millennio ogni momento!

di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;

forse, giù giù, via via, sperar... che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,

di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

SZ

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