Ignazio Buttitta – U razzismu(il razzismo)

Ignazio Buttitta è un poeta siciliano, ragazzo del 1899, combatte sul Piave nella prima guerra mondiale e vive la sua esistenza in prima linea: le lotte contadine, le due guerre, l’antifascismo, la lotta contro la mafia e la classe politica post-bellica.

Scrive in dialetto siciliano con graffiante ironia e disincanto dei drammi della vita, dopo aver collaborato con svariate testate indipendenti siciliane ( alcune collaborazioni gli faranno sfiorare i carcere fascista) nell’Italia devastata dalla guerra decide di spostarsi a Codogno, in Lombardia . Impossibilitato a rientrare in Sicilia scappa sui monti con le brigate partigiane Matteotti e si impegna attivamente nella guerra di liberazione dal nazi-fascismo. Viene arrestato due volte. Dopo la guerra e un tentativo di rientrare in Sicilia si stabilisce definitivamente a Codogno e prosegue la sua attività di poeta e scrittore. La sua poesia si presta molto all’essere recitata con supporto musicale. Fino alla morte nel 1997, porterà la sua poesia fra la gente e dalla gente trarrà spunto per i suoi scritti.

Oggi la poesia che propongo, dalle tante di Ignazio Buttitta, tocca un tema scottante e drammaticamente attuale: il razzismo. I versi sono belli e tragici, si racconta la vita e la morte di un giovane italiano di Caliscibetta ( Enna) ucciso in Germania a ventun anni , per odio razziale. Basterebbe questo. Basterebbe leggerla, capire, riflettere e comportarsi di conseguenza. Il mondo di oggi ne avrebbe davvero bisogno. Buona Lettura!

P.S. per dovere di memoria riporto qui sotto il fatto di cronaca a cui la poesia è dedicata, giusto per ricordare che anche ognuno di noi può essere “l’altro”, cosa di cui spesso ci dimentichiamo.

  • Il fatto di cronaca
    Nella cittadina tedesca di Rosenheim, in Baviera, il lavoratore siciliano Nunzio Lìcari di Catenanova è stato ucciso, domenica scorsa, dal tedesco Bergauer, di 21 anni, che lo ha brutalmente assalito con pugni e calci lasciandolo moribondo sulla strada. L’assassino ha dichiarato alla polizia che non conosceva la sua vittima e che aveva commesso l’omicidio perché si era accorto che si trattava di un italiano. “Io – ha aggiunto – non posso soffrire gli stranieri”.
    Il giornale bavarese “Muenchener Mercur” nel riportare l’avvenimento commenta che l’odio razziale, soprattutto contro gli italiani, è alla base del delitto. Nunzio Lìcari era padre di cinque figli e aveva avuto un passato di miseria.

IGNAZIO BUTTITTA – U RAZZISMO

Era unu di chiddi, e sunnu tanti,
i canuscemu di facci e di pirsuna;
ca partinu ca sorti d’emigranti
ncerca di pani e ncerca di furtuna;
e c’è cu i chiama zingari e cu i chiama
genti du Sud parenti da fami.

Era unu di chiddi du travagghiu
c’havia i manu ricchi e i vrazza sani;
e na ciuccata dintra senza scagghiu
senza muddìchi e né crusti di pani,
e la ciocca aggiuccata cu la vozza
vùncia di chiantu nni li cannarozza.

Era sicilianu e carni nostra
Nunziu Lìcari di Catinanova;
di picciriddu sucava culostra
nta scorcia di sò matri, comu ova;
di granni appi spini e appi chiova
ventu e timpesta e mai un’arba nova.

E da Germania, pi disfiziu e pena,
scrivìa littri d’amuri e di focu:
“Si manciu o bivu agghiuttu vilenu,
semu spartuti ma u me cori è ddocu.
Cca sugnu un straniu, carni senza prezzu,
sùcanu sangu e dunanu disprezzu”.

C’è cu ritorna e c’è cu non ritorna
e lassa l’ossa dintra li mineri;
cu chiudi l’occhi e chiudi li sò jorna
senza li figghi allato e la muggheri;
e c’è cu resta ddà mortu ammazzatu
di manu strania supra u nciacatàtu.

Unu di chisti fu Nunziu Lìcari,
ora a famigghia ci arrivanu l’ossa;
e i picciriddi c’aspettanu u patri
tàliano a casa e ci pari na fossa:
scrivìa littri, e ora a littra è iddu
ammazzatu nnuccenti e a sangu friddu.


IGNAZIO BUTTITTA – IL RAZZISMO

Era uno di quelli, e sono tanti,
li conosciamo di faccia e di persona,
che partono con il destino d’emigrante
in cerca di pane e di fortuna;
c’è chi li chiama zingari e chi li chiama
genti del Sud parenti della fame.

Era uno di quelli del lavoro
che aveva mani ricche e braccia sane;
una covata in una casa senza becchime
senza molliche e senza croste di pane;
e la chioccia accucciata con il gozzo
gonfia di pianto nella strozza.

Era siciliano e carne nostra
Nunzio Lìcari di Catenanova;
da bambino succhiava colostro
nel guscio della madre, come uova;
da grande ebbe spine ed ebbe chiodi
vento e tempesta e mai un’alba nuova.

Dalla Germania, avvilito per la pena,
scriveva lettere d’amore e di fuoco:
“Se mangio o bevo inghiotto veleno,
siamo divisi ma il mio cuore è con voi.
Qui sono un estraneo, carne senza prezzo,
succhiano sangue e mi danno disprezzo”.

C’è chi ritorna, c’è chi non ritorna
e lascia l’ossa dentro la miniera;
c’è chi chiude gli occhi e chiude i suoi giorni
senza i figli e senza moglie vicino;
e c’è chi resta lì morto ammazzato
da una mano straniera sopra il selciato.

Uno di questi fu Nunzio Lìcari,
adesso alla famiglia arrivano le ossa;
e i bambini che aspettano il padre
guardano la casa e gli pare una fossa:
scriveva lettere, ora la lettera è lui
ammazzato innocente e a sangue freddo.

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