Un libro per pensare – Dee Brown – Seppellite il mio cuore a Wounded Knee

di Stefano Zorzi

Leggere SEPPELLITE IL MIO CUORE A WOUNDED KNEE è decisamente un’esperienza. Un’esperienza commovente! Che personalmente ho ripeto più volte. Ogni volta con maggiore consapevolezza, e con maggior rabbia. Provate, leggete il romanzo, provate a mettervi equidistanti dalle parti in causa e ben presto comincierate a riflettere, a capire e vi sentirete via via sempre più schierati e capirete il perché della rabbia che monta. Intanto sfatiamo un mito: Dee Brown, il bibliotecario-giornalista-scrittore autore del libro non è un nativo americano, né un mezzosangue; è un americano a tutti gli effetti nato nel 1908 ad Alberta in Louisiana e cresciuto con la famiglia in quelli che all’epoca erano i residui della Frontiera, così come ce l’hanno raccontata migliaia di western, la Frontiera dell’Indiano sporco e cattivo, che razziava i poveri coloni bianchi e ne rapiva i figli e sopratutto le figlie.

Dee Brown nel 1999

Dee Brown insomma, nella sua gioventù ha avuto l’opportunità di confrontarsi con i Nativi post Wounded, Knee, post guerre indiane e ne ha fatto tesoro, producendo uno dei libri più “veri”, più obiettivi, più densi e al contempo più distaccati fra quelli che hanno descritto, aldilà dell’epopea della Frontiera americana, l’espansionismo senza limiti dei bianchi nei confronti dei pellerossa Nativi. E la conseguente resistenza dei Nativi stessi all’avanzata degli uomini bianchi.

Novantacinque milioni di morti da che Colombo toccò le coste Americane ad oggi, i superstiti delle popolazioni native confinati in riserve che alcuni visitatori odierni descrivono come “lande desolate, dimenticate dagli uomini e dal Grande Spirito”.

Per anni Wounded Knee fu classificato come battaglia, e gli attori in giacca blu furono addirittura insigniti di medaglie al valor militare: gli anni, la storia e i racconti lo hanno poi riportato alla verità. Wounded Knee, l’ultimo vero atto delle cosiddette Guerre Indiane, fu un massacro vero e proprio, e seppure sia ardito parlare di premeditazione, di certo non fu fatto nulla affinché gli eventi non seguissero un certo, inevitabile corso. Cito alcuni commenti di viaggiatori che hanno visitato il posto, il Wounded Knee Massacre Monument : “A dispetto della estrema modestia del sito, un piccolo cimitero su una delle tante colline delle immense praterie che compongono la poverissima riserva indiana di Pine Ridge, l’atmosfera racchiude in se ben più di un soffio di magia, unita a strazio per quanto accaduto qui. Il luogo nel quale si consumò l’ultima strage indiana nelll’inverno del 1890 non assomiglia assolutamente ad un memoriale, non è un grande monumento, le tombe che contiene sono quanto di più modesto si possa immaginare: ma resta il significato altamente simbolico!! Quando, durante la nostra visita, è arrivato un dimesso gruppo di indiani per pregare attorno al cippo commemorativo e, dopo la preghiera, si è alzato un sottile e lamentoso canto indiano, i brividi ci hanno percorso tutto il corpo nonostante la calda e assolta giornata estiva”. E ancora: “Non è una meta turistica, a Wounded Knee non c’è niente da visitare: é un luogo sacro, anzi è un simbolo, il resto non conta!” E ancora: “mi ero illusa di trovare un sito storico..o qualcosa del genere.. invece si tratta solo di un cartello che indica il luogo, molti ragazzi si avvicinano per chiedere la carità. In cima alla collina si trova il cimitero ma non ho osato scendere dalla macchina..anche qui ragazzini appostati a chiedere soldi. ho provato molta pena per questa loro situazione”.

L’ingresso del cimitero oggi.

Questo il risultato di 500 anni di persecuzione razziale nei confronti dei Nativi Americani! Ecco perché ogni volta che si riprende in mano il libro che commento oggi e lo si rilegge, ogni volta ci si commuove di fronte al dramma di un popolo che è letteralmente stato strappato alla propria terra e alle proprie tradizioni. Come Alce Nero ha già recitato su queste pagine: “…il cerchio è rotto e l’albero sacro è morto!”

Buona Lettura!

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