Due voci immense, un destino beffardo: Tim e Jeff Buckley.

di Stefano Zorzi

La vita a volte è davvero strana; la mia passione per la montagna mi ha sempre fatto riflettere sul fatto che l’escursione, o la scalata, non finisce conquistando la vetta, anzi da li comincia la fase più pericolosa quella della discesa, quella che, euforico per la conquista ti riporta, letteralmente, con i piedi per terra. Ed è in quel tragitto che si nascondo le insidie maggiori, i rischi, i pericoli, a volte addirittura la morte. Non credo, ma non so se Tim Buckley o suo figlio Jeff fossero appassionati di montagna o di escursioni, so per certo che nel loro percorso musicale alla vetta erano arrivati molto, molto vicini, oserei dire che quasi l’avevano conquistata, quello che non si aspettavano li avrebbe attesi in discesa… ma andiamo per ordine.

TIM (1947-1975)

E’ universalmente riconosciuto come uno dei cantautori più geniali e innovativi della storia della musica rock. Nasce da madre appassionata di jazz e padre fan della musica country e cresce nella cittadina di Amsterdam, stato di New York, verso le Saratoga Springs e la regione dei grandi Laghi. Nel 1956 la famiglia Buckley si trasferisce in california. Tim è un predestinato, a 13 anni impara a suonare il banjo e fonda il suo primo gruppo ispirato al Trio Kingston. Gioca a football americano da quarterback e da quarterback si frattura due dita della mano sinistra, non potrà più fare un barrè sul manico della chitarra: tutta la sua carriera sarà su accordi estesi.

La vita non aspetta e Tim le corre incontro usando i testi del suo amico Larry Beckett e la sua incommensurabile voce che gli apre molte porte nei locali della West coast anni 60. Poi nella vita di Timothy Charles Buckley capita uno di quei pasticci, uno di quelli che invariabilmente te la cambiano la vita: a scuola conosce Mary Gilbert, i due si innamorano , si sposano diciottenni e un anno dopo nasce Jeff. Si quel Jeff Buckley! Ma il richiamo della musica è troppo forte per Tim, abbandona la famiglia quasi subito e poco prima di essere messo sotto contratto dalla Elektra Records per il primo Lp TIM BUCKLEY (1966), suona in molti, moltissimi club losangelini ammaliando il pubblico con la sua voce e le melodie alla chitarra. Il suo folk-rock psichedelico sfocierà nell’anno successivo nel primo dei suoi capolavori GOODBYE & HELLO(1967).

E’ un disco magicamente sospeso fra rock e avanguardia, ballate e psichedelica, jazz e roots assortite. Tim non ha ancora vent’anni, ha già assaggiato il mondo degli stupefacenti ma non ne è ancora schiavo, così il rapporto conta forma canzone è saldissimo. Tim suona chitarre, kalimba e vibrafono e il gruppo di musicisti di supporto è davvero coeso. Incidono i testi di Larry Beckett che co-firma la metà delle canzoni dell’album. E’un album malinconico, non cupo, nonostante le liriche parlino di storie d’amore finite male (l’abbandono di Mary e Jeff) ma non così gioioso come la copertina del disco lasciava intendere. Fra le canzoni ricordatevi di Once I was e I Never Asked to Be Your Mountain perchè ne riparleremo e di Morning glory ripresa anche dai The Mortal Coil, band che mai neggherà di essere stata influenzata dal nostro.

Nel 1969 Tim Buckley da alle stampe due dischi: HAPPY SAD e BLUE AFTERNOON, per così dire di transizione, anche se in realtà al lor interno germinano già i semi di quel LORCA(1970) che sarà il ponte dell’innovazione che gli permetterà a breve di “navigare le stelle”. E’ il primo disco veramente sperimentale di Tim, qui gioca con la voce che è supportata in maniera veramente minimale dagli strumenti. Il titolo è un’evidente dedica al poeta spagnolo Federico Garcia Lorca e il disco sancisce il passaggio dal periodo folk-rock psichedelico di Tim Buckley al periodo esclusivamente psichedelico e sperimentale in cui la voce di Tim diviene a tutti gli effetti uno strumento paragonabile al pianoforte o alla chitarra, al servizio della canzone.

Nello stesso anno di LORCA, arriva il capolavoro il disco che consegna definitivamente Tim Buckley all’olimpo musicale e alla Soria del rock: STARSAILOR (1970) è un vero esperimento sul canto e sull’uso della voce in cui Tim si dimostra ancora una volta maestro assoluto. Song To the Siren, probabilmente il suo pezzo più conosciuto lo porta in alto nella considerazione della critica musicale d’oltreoceano; il brano sarà ripreso da più interpreti tra cui i già citati This Mortal Coil, Brian Ferry la proporrà nel suo disco OLIMPYA, John Frusciante e da Robert Plant nel suo DREAMLAND del 2002. Tim Buckley con questo disco entra di diritto nell’Olimpo del rock, però….

Però la vita a volte è davvero strana: nel 1970 Tim Buckley ha 23 anni, una voce incredibile, i critici ai suoi piedi, ha abbandonato una famiglia per seguire le sue sirene musicali, ha navigato tra le stelle, è pronto per spiccare il volo, ma il successo commerciale non arriva, i dischi sono osannati, ma vendite zero o poco più. Si insinua la depressione: alcool e droghe prendono il posto di chitarre e vocalizzi, la scrittura si fa meno fluida e Tim decide di sospendere l’attività musicale, ritornerà sulle scene con l’album GREETING’S FROM L.A. molto funk oriented, che sarà seguito dai trascurabili SEFRONIA e LOOK AT THE FOOL, ma i demoni si sono ormai impossesati di lui e se lo prendono sotto forma di una overdose di eroina mista a cui si aggiunge l’abuso di alcool: la sera del 29 giugno 1975 Tim Buckley esala l’ultimo respiro. Suo figlio Jeff, quel figlio citato in I Never Asked to Be Your Mountain e destinatario con la madre della toccante Dream Letter di HAPPY SAD, non ha ancora compiuto 9 anni….

JEFF (1966-1997)

Jeffrey Scott Buckley nasce il 17 novembre 1966 da Tim Buckley e Mary Guibert, ma questo lo sapete già, quello che forse non sapete, è che nei primi anni di vita Jeff vide il padre pochissime volte e crescendo assunse il nome di Scott “Scotty” Moorhead dal cognome del patrigno che lui stesso indica come suo reale mentore musicale, oltre alla madre violoncellista che lo introdusse alla musica classica, Jeff/Scotty fu molto influenzato dagli ascolti del patrigno che era un fan di Led Zeppelin, Hendrix, The Who e Pink Floyd. Dal punto di vista musicale il padre Tim non lo influenzò quasi per nulla, anche se la scelta di Jeff/Scotty di intraprendere la carriera di musicista venne fatta dopo essere tornato ad utilizzare il suo vero cognome e nel corso degli anni ad influenzare musicalmente Jeff furono musicisti come i Rush, gli Yes e i Genesis e appassionandosi al chitarrismo jazz-fusion di Al di Meola. Evidentemente i geni dell asperimentazione non erano andati del tutto sprecati….

Dopo il percorso scolastico, Jeff si trasferisce a Hollywood. Tra il 1986 e il 1990 lavora a L.A. in un hotel a e suona la chitarra nel circuito musicale locale, cimentandosi in generi vari. Nello stesso periodo, si esibisce in tour con il musicista reggae Shinehead  Nel febbraio 1990, si trasferisce a New York, trovando però poche occasioni di esibirsi. Tuttavia in questa città fu introdotto al Qawwali, la musica devozionale del Pakistan, e all’artista Nusrat Fateh Ali Khan, di cui divenne presto un grande estimatore.

26 aprile 1991. Jeff Buckley, ormai venticinquenne, torna a New York per prendere parte ad un concerto in memoria di suo padre, Tim. E’ questa la vera data di esordio nel mondo della musica per Jeff. Accompagnato dal chitarrista Gary Lucas, canta I never asked to be your mountain a lui stesso dedicata, e chiude il concerto con Once I was, cantata a cappella per la rottura di una corda della chitarra e poi dichiara a Rolling Stone: “«Non era il mio lavoro, non era la mia vita. Ma mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non aver mai più potuto dirgli qualcosa. ho usato lo show per dargli il mio ultimo saluto.” Nel frattempo fra le mani di Herb Choen, storico manager del padre, girava una cassetta intitolata BABYLON DUNGEON SESSIONS all’interno della quale Jeff aveva registarto quattro canzoni: Eternal LifeUnforgiven (divenuta poi Last Goodbye), Strawberry Street e Radio.

Il trasferimento, definitivo, a New york lo porta a consolidare il rapporto con Gary Lucas e ad entrare nella sua band i Gods and Monsters, che abbandonò il giorno dopo il debutto degli stessi per cominciare ad esibirsi da solista in vari locali del Lower East Side di NY, mentre compone altre canzoni fra cui Grace e Mojo Pin. diventano abituali le sue serate al Sin-è storico locale irlandese di NY, nelle quali oltre a svariate cover propone anche le “sue” canzoni che vengono notate da vari emissari di case discografiche. La punta la Columbia che pubblica LIVE AT SIN-E’: quattro canzoni live che sono il preludio al successo dell’album GRACE, che in verità otterrà dischi d’oro prima in Francia e in Australia che negli States grazie a pezzi originali e a riuscitissime cover fra cui Hallelujah di Leonard Cohen. E la traccia 10, Dream Brother, sembra rispondere alla Dream Letter scritta dal papà quasi trent’anni prima…

l successo è globale: critica, pubblico e colleghi ( che colleghi: Dylan, Page, Robert Plant) osannano Jeff come uno dei migliori compositori del decennio e il disco GRACE come una rivelazione assoluta. Nei due anni successivi si susseguono i tour a fianco di affermati compagni di viaggio e il successo è davvero li ad un passo. Forse meno. Il frentico girovagare per i palchi del mondo rallenta l’uscita dell’attesissimo secondo album, ma Jeff lavora indefesso: lavora al disco e nel frattempo collabora con due mostri sacri della scena di New York: Patti Smith e Tom Verlaine dei Television, cui propone di produrre il nuovo disco. Ma a maggio del 1997 a Memphis, dove si è trasferito da qualche mese,il disco non ha ancora una sua forma definita, Jeff licenzia Verlaine e richiama la band: chiede di essere raggiunto a Memphis per completare le registrazioni.

29 maggio 1997. La sera del 29 maggio  mentre, a bordo di un furgone guidato dal suo roadie Keith Foti, si stava dirigendo presso gli studi di registrazione, passando lungo le rive del Wolf River, un affluente del Mississippi, chiese all’autista di fermarsi, avendo voglia di fare un bagno. Erano acque che conosceva bene, quindi si immerse nel fiume tenendo, però, addosso i vestiti e gli stivali, arrivando fino ai piloni del ponte dell’autostrada (canticchiando il ritornello di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin), nello stesso momento in cui stava transitando un battello che probabilmente, creò un gorgo che lo risucchiò. Il cantante scomparve dalla vista di Keith Foti, che chiamò la polizia che, pur avendo ordinato un dragaggio della zona, non trovò nulla. Il corpo fu trovato solo il mattino del 4 giugno, avvistato da un passeggero del traghetto American Queen, impigliato tra i rami di un albero sotto il ponte di Beale Street, la via più importante di Memphis. Gene Bowen (tour manager di Buckley) riconobbe il corpo da un piercing all’ombelico e dalla maglietta indossata. L’autopsia non rilevò tracce di alcol etilico o di droghe; il caso venne archiviato come incidente. Jeff Buckley non aveva ancora compiuto trentuno anni….

La madre, Mary Guibert, perdeva per la seconda volta un Buckley ma teneva a sottolineare che: «La morte di Jeff Buckley non è stata “misteriosa”, legata a droghe, alcool o suicidio. Abbiamo un rapporto della polizia, un referto del medico legale e un testimone oculare, che provano che si è trattato di un annegamento accidentale e che Jeff era in un ottimo stato mentale prima dell’incidente.»

La vita a volte è davvero strana: vivi tutta la vita senza aver conosciuto tuo padre, che ti ha marchiato con i geni del genio musicale e si è fatto trascinare nel gorgo dei suoi demoni a ventotto anni, hai convissuto con il suo pseudo ricordo, lo hai omaggiato con tue canzoni, sei a un millimetro dal successo e bam, annego in un fiume trascinato da un gorgo accidentale… che destino beffardo, che casualità assurda ci ha privato nuovamente di un genio della musica ben prima dei trent’anni di vita.

TIM – PARTE 2

Secondo Lee Underwood, uno dei suoi collaboratori, “TIM Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono.” Approcciare la musica di Tim Buckley è operazione ardua, soprattutto nel periodo più sperimentale ma rimane una esperinza assolutamente da provare per capire cosa può fare un essere umano con la voce. Approcciatelo piano e con cautela, ma godetevelo fino in fondo.   

JEFF – PARTE 2

La morte di Jeff Buckley ha alimentato svariate teorie che hanno quasi mitizzato l’avvenimento, equiparandolo alle scomparse di tanti “eroi” del rock: da Kurt Kobain a Jimi Hendrix. Vogliamo continuare a credere alla fatalità ad un banale incidente che ci ha privato di un giovane uomo che, forse, non aveva ancora dato il suo meglio alla musica. Ascoltare GRACE è ancora oggi un’esperienza che lascia a bocca aperta per la maturità e la compattezza del disco. Forse il miglior disco d’esordio nella storia del rock!

TIM E JEFF: DUE VOCI IMMENSE E UN DESTINO BEFFARDO

Due vite che nel breve percorso comune sono state parallele come le rotaie di un treno, unite solo dall’amore per una donna, moglie e madre, che entrambi hanno amato, da due morti beffarde, accomunate da un numero il 29, data della morte di entrambi a 22 anni di distanza, e da una frequentazione mai avvenuta, da due voci meravigliose, dall’amore per la musica, dal destino segnato verso un precoce, troppo precoce, olimpo del Rock. Forse adesso lassù potranno dirsi tutto quello che non si sono detti in vita.

Il pensiero finale va a Mary Guibert, ha vissuto con due geni della musica, li ha persi entrambi in circostanze sempre dolorose. A lei rimangono le memorie di entrambi, la rabbia il dolore e la dolcezza che sicuramente ricorderà pizzicando le corde del del suo violoncello.

SZ

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