Riscopriamo un grande album . U2 – The Joshua Tree (1987)

Da oggi su Out of Time una rubrica modifica il suo nome, mentre un’altra cambia i suoi contenuti: il Disco del giorno sarà dedicato ad una NUOVA uscita discografica, mentre Riscopriamo un grande album sarà dedicato ai grandi album del passato: oggi apriamo con un capolavoro, un disco spartiacque per la musica in genere e i per gli U2 in particolare: THE JOSHUA TREE

E’ usuale che i capolavori, gli album fondamentali, nascano da situazioni conflittuali, in una sorta di terra di mezzo fra la quotidianità e svolte epocali, fra certezze e dubbi profondi e THE JOSHUA TREE non fa eccezione. Nel 1987, anno di uscita dell’album, gli U2 venivano dal successo di UNFORGETTABLE FIRE di due anni prima, disco che li aveva proiettati nella top 10 di Billboard per la prima volta e Rolling Stone li aveva appena consacrati coma “la band degli anni ’80” e al loro interno i quattro irlandesi vivano una decisa tensione creativa fra Bono, che dopo l’incontro con Bob Dylan, mirava ad esplorare le radici del rock americano e The Edge che temeva di allontanarsi troppo dalla strada tracciata dalla wave di UNFORGETTABLE FIRE. Per la band il passaggio americano è cruciale, superato quello si entra nell’olimpo del Rock, ma il passaggio non è ne banale ne semplice: gli U2 sono come dei pellegrini in viaggio verso la terra promessa, che troveranno al riparo del grande Cactus, del Joshua Tree, grazie al supporto delle loro guide: Brian Eno e Daniel Lanois che da dietro la consolle, pilotano il viaggio verso l’America del Rock.

Durante il viaggio gli U2 non rinnegano i loro umori europei che, dall’irruenza post-adolescenziale di BOY e WAR che dalla consacrazione live sotto il cielo rosso-sangue del Colorado e dopo il Live Aid li aveva condotti verso un rock più complesso, che rinunciava parzialmente alla frenesia chitarristica degli esordi, in favore di canzoni più calibrate e sperimentali, con testi sempre più orientati all’impegno sociale e politico. Un percorso in controtendenza, nel decennio “leggero” per definizione.

Il disco sancisce definitivamente l’evoluzione in corso da anni: gli U2 non erano più ragazzini cresciuti col punk, erano una band matura, pronta ad assumersi oneri e onori della celebrità. Anche a costo di alienarsi le simpatie di qualche fan oltranzista della prim’ora.

Ma musicalmente non c’è proprio nulla da dire rispetto alle undici canzoni di THE JOSHUA TREE La prima parte del disco è una sequela incredibile di hit, a cominciare dall’incipit di Where The Streets Have No Name. Una intro da antologia del rock prepara il terreno a una delle performance vocali più memorabili di Bono, al quale si deve anche lo spunto del testo (un viaggio in Etiopia con la moglie dopo il Live Aid). Ci si riprende dall’ouverture  nell’andatura ciondolante di I Still Haven’t Found What I’m Looking For, altra prodezza vocale di Bono, stavolta alle prese con un gospel dagli accenti biblici. Completa la tripletta-killer iniziale il fortunatissimo singolo With Or Without You

Completato il prologo con la ruvidaBullet The Blue Sky – denuncia della politica imperialista dell’America reaganiana in Nicaragua ed El Salvador, scandita dal basso pulsante di Adam Clayton e dai riff di The Edge a mimare il rombo degli aerei da guerra – il disco svela però una seconda parte ancor più brillante, con tracce meno conosciute, ma spesso anche più suggestive. Il blues semiacustico di Running To Stand Still, ad esempio, che narra la desolazione degli eroinomani dublinesi tra le Seven Towers, i sette palazzi dove i tossici andavano a bucarsi. Emozione col minimo degli orpelli, come nella meravigliosa One Tree Hill, dedicata – insieme all’intero disco – a Greg Carroll, roadie della band, morto in un incidente in moto a Dublino: la collina di One Tree Hill nei pressi di Auckland (Nuova Zelanda), terra nativa del giovane maori, fa da contraltare a un commosso ricordo dell’amico scomparso.

Poi una ballata al cardiopalmo: Red Hill Mining Town che scende in campo al fianco dei minatori britannici bersagliati da Margaret Thatcher. Ma torna anche l’epopea degli spazi sconfinati e del deserto americano: soffusa, tra le vibrazioni d’armonica blues-country di Trip Through Your Wires, e in tutta la sua potenza tra i riff incandescenti della stupenda In God’s Country. Per continuare ecco l’apocalittica jam-session di Exit, storia di un religioso serial-killer che dimostra infine come anche gli U2 abbiano recepito la lezione degli psicodrammi tanto cari a Patti Smith. Si chiude in maniera indimenticabile con Mothers Of The Disappeared cullata dal ticchettio della pioggia e dal synth di Eno, oltre che dalla splendida acustica di Edge, è una gemma ipnotica che omaggia le Madri di Plaza de Mayo e la memoria dei desaparecidos argentini.

Grazie a THE JOSHUA TREE Bono e compagni entrano definitivamente nel costume e nell’immaginario mondiali. Lo certificherà una celebre copertina del Time dello stesso anno 1987 (onore concesso, prima di loro, solo a Beatles, Band e Who). L’atto d’amore ricambiato dall’America nei confronti dei ragazzi con i cuori in fiamme che suonavano Gloria sul molo del porto di Dublino. 5 stelle ad un disco epocale e da ascoltare ripetutamente. Buon ascolto!!

Classificazione: 5 su 5.

U2 – THE JOSHUA TREE (1987)

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