Exploring the Rapid Eye Movement: gli anni della gioventù… (parte 1)

di Stefano Zorzi

Affermano quelli che “ne sanno” che il R.E.M. (Rapid Eye Moviment) sia il punto più profondo del sonno e contemporaneamente il momento in cui si formano i sogni che allietano o angustiano le nostre notti. Certo è che i quattro ragazzi di Athens, Georgia,  che scelsero questa sigla per rappresentare la loro “college band” forse all’epoca non immaginavano quanto quell’acronimo avrebbe significato negli anni a venire per il rock alternativo e quanto il successo planetario che fra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 li ha travolti e trasformati, potesse renderlo immortale fino all’introduzione nella Rock ’n’ Roll Hall of Fame del 2007 (al primo anno di eleggibilità). E quanti sogni ha generato nei fans oggi sparsi nel globo, ma all’epoca ben meno numerosi.

Certo, di strada ne hanno percorsa moltissima dagli esordi di Chronic Town e Gardening at night e Radio Free Europe hanno attraversato l’epopea della IRS segnando l’indie universitario a stelle e strisce con canzoni epocali quali So. Central Rain, Feelings gravitys pull, Fall on Me, The One I Love, It’s the end of the world as I know it, Exhuming McCarthy e molte altre.

Moltissime altre sarebbero venute dopo, quando lasciata la IRS e accasati alla Warner Bros incocceranno il successo planetario, ma ne parleremo a tempo debito. I quattro ex-studenti dell’Università di Athens, le cui strade si sono incrociate ad aprile del 1980 in un negozio di dischi dove Michael Stipe, performer e autore di grande talento, incontra casualmente Peter Buck, eclettico chitarrista, innamorato del jingle jingle alla Byrds e delle Rickenbacker, non potevano immaginare che di li a poco sarebbero diventati una bandi di culto nelle college radio americane. I due, Stipe e Buck condividevano gli stessi interessi musicali, partire da li a reclutare Mike Mills al basso e Bill Berry alla batteria è un attimo; cominciare a suonare altrettanto. E poi Stipe è un autore così prolifico e con un’urgenza di comunicare che ritrovarsi con il primo EP Chronic Town nell’ottobre del 1981, dopo aver piacevolmente stupito la scena indie con il singolo Radio Free Europe, fu semplicemente l’evoluzione naturale di quattro predestinati. E in più finalmente potevano finirla si suonare cover alle feste universitarie. 

Attorno al gruppo si crea fin da subito quell’alone di culto, tipico del circuito dei college americani, che rende Stipe e soci una sorta di icona per la scrittura criptica delle canzoni, quasi in antitesi in alcuni casi con la brillante esecuzione strumentale dei quattro sodali. La musica dei R.E.M riesce ad essere assolutamente originale pur richiamando una infinità di modelli, dal surf californiano anni 60, a echi di Byrds di Brian Wilson, o commistioni coi contemporanei paladini del Paisley Underground quali Dream Syndicate o Rain Parade, eco pop a ricordare le Bangles, insomma una miscellanea di stili e modi che non potevano che portare, prima o poi al successo. 

Tra il 1981 e il 1983, anno in cui esce Murmur, i R.E.M suonano, scrivono e suonano, incessantemente, consolidando la loro fama nel circuito dei college e ottenendo svariati passaggi anche sulle radio nazionali, Murmur scala anche la classifica di Billboard piazzandosi al 36° posto e, nonostante le sole duecentomila copie vendute la rivista Rolling Stone lo vota come miglior disco dell’anno. Sarà il viatico per una crescita esponenziale che la band e l’etichetta IRS diluiscono in 5 dischi che divertano di culto per i fans e segneranno indelebilmente il sound e la carriera dei R.E.M. 

Tuttavia sono più gli elogi della critica che le vendite, a caratterizzare quel periodo, i testi di Stipe non favoriscono certo i  passaggi in  radio, ma d’altra parte consolidano un seguito di fans in America e seppur con grandi difficoltà e poca visibilità anche in Europa, dove le riviste specializzate  cominciano a parlare sempre più spesso dei nostri e i distributori cominciano a recapitare nei negozi Reckoning, secondo album della band datato 1984, e che si piazza la 27° posto nella classifica USA (piazzamento non usuale per una college band) e che sembra mettere i R.E.M. in rampa di lancio.

In realtà dopo il tour di quell’anno la band decide di cambiare produttore e di registrare il terzo album, Fables of the reconstruction (1985), in Inghilterra. La decisione non si rivelerà delle migliori, le registrazioni del disco furono difficoltose, al punto che la band rischiò di sciogliersi e l’album che ne usci è sicuramente il più cupo e difficile della band, pur risultando il più venduto della band negli States. Strano il mercato della musica vero? Lo scarso successo commerciale comincia ad incrinare i rapporti della band con la IRS che tanto ha investito sul gruppo. Le cose sembrano migliorare con Life rich pageant del 1986 che raggiunge il 21° posto della classifica Billboard ed ha un singolo, Fall On me, che finalmente passa sulla catena delle radio commerciali. Il disco diventa disco d’oro e per la prima volta i R.E.M. assaporano un minimo di successo. I rapporti con IRS sono però ormai logori e nonostante  Document (1987), quinto album del gruppo, contenga il super-hit The one I love e ottenga  ovunque critiche positive e buona visibilità generale il rapporto si interrompe, in maniera brusca e non esattamente indolore, anche se Miles Copeland (fratello del batterista dei Police, Stewart) titolare della IRS ha sempre espresso riconoscenza alla band. I quattro da Athens, sono pronti a firmare con la major Warner Bros e a dare alle stampe il loro sesto album, ma questa è un’altro pezzo della storia che racconteremo presto. Resta il fatto che la leggenda e il culto dei R.E.M. affondano le sue radici nei 5 album citati qui sopra, quelli degli anni della gioventù, in quegli anni infatti crescono in maniera esponenziale le performances dei quattro di Athens, città che già aveva dato i natali, ai popolarissimi all’epoca, B’52. In quel momento, prima di passare alla Warner i R.E.M. erano gli idoli assoluti del movimento underground, affascinato da quel suono senza tempo sospeso fra le urgenze del post punk, fra la new wave e il folk rock, quel suono magico tradotto in canto dalla voce di Michael Stipe, accarezzato dalle sognanti e fiere chitarre di Peter Buck e dalla solidissima  sezione ritmica formata da Mike Mills al basso (senza scordare il supporto ai cori) e Bill Berry alla batteria. Se non conoscete i R.E.M. degli esordi ecco l’occasione buona per carpirne un po’ del sound e dei segreti. Le 5 stelle sono abbondanti e l’ascolto consigliassimo!!

Come sempre ho cercato di evitare le edizioni ampliate, preferisco proporre gli album originali cosi come sviluppati dagli artisti in quel preciso contesto storico e temporale. Buon Ascolto.

/ segue….

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