Viva Diego! El dies! El Pibe de Oro!

di Stefano Zorzi

Napoli, 29 giugno 1986. Domenica, ma non una domenica qualunque, Stasera c’è la Partita. Fra i militari di leva della immensa immensa Scuola Specializzati Trasmissioni di San Giorgio a Cremano anche il sottoscritto. Con i commilitoni ci stiamo organizzando per vedere, turni di servizio permettendo, la Partita. La Partita. La finale del mondiale messicano di Calcio fra Argentina e Germania. L’atmosfera in città è surreale, non ho mai visto un barrio di Buenos Aires, ma me lo immagino esattamente così. Tappezzato di bandiere argentine e immagini del Mito, le immagini di Diego Armando Maradona, l’icona della città. Simbolo del riscatto della Napoli di questi ultimi anni, venuto da Barcellona a predicare calcio a tutti, al Milan olandese, alla Juve, alle grandi del calcio metropolitano, non al Verona, che l’anno del suo esordio in Italia, proprio al Bentegodi per altro, venne sconfitto dai gialloblù che partirono da li, perla cavalcata che li porterà a diventare campioni d’Italia. Il più grande, El Dies! El Pibe de Oro!

Quella mescolanza di biancoazzurro, fra Napoli e l’Albiceleste che ne ha caratterizzato l’esistenza elidendo il blaugrana catalano e a cui solo il gialloblù del Boca Juniors ha tenuto testa. C’è attesa, speranza, ansia in città. L’italia ha abbandonato presto il mondiale da campione uscente, ma già con gli azzurri ancora presenti nella competizione, il tifo di Napoli era decisamente orientato, si tifava Argentina: anzi si tifava Diego Armando Maradona. E lui, circondato da una squadra tutto sommato normale, a caricarsi sulle spalle i compagni, ad inventare il gol più bello del mondo contro gli odiati Inglesi, dopo averli irrisi con quel colpo di mano, assolutamente irregolare, che avrebbe battezzato la Mano de Dios, la mano di Dio, venuta a portare giustizia dopo la guerra delle Malvinas.

E pensare che quel vero e proprio “colpo di mano” che solo l’arbitro e i suoi collaboratori potevano non vedere, rischia ancora oggi di far dimenticare l’altro gol, quello che mette d’accordo tutti: palla recuperata a metà campo, incollata a quel divino piede mancino, scartata tutta la squadra inglese, portiere in uscita compreso ed entra in porta con la palla. Pelle d’oca, come nei campetti dei bambini, quando il talento emerge sulla passione e sulla applicazione: ma qua siamo al Mondiale, non al campetto del barrio de Lanus con papà Diego Sr., qua giocano i migliori e il migliore fra migliori è Lui: Diego! El Dies! Torniamo a domenica 29 giugno 1986, Napoli: sto guardando la partita con dei commilitoni in una pizzeria, forse abusiva, la tv è al massimo del volume e la finale del mondiale 1986 è una brutta partita, ma assai emozionante: la trama non potrebbe essere migliore, l’Argentina scappa sul 2 a 0 e Napoli città esulta con un fragore tale che sembra davvero di essere a Buenos Aires, poi la Germania recupera fino al 2-2 quando mancano 9 minuti alla fine dei tempi regolamentari e Napoli freme di paura, con un brivido quasi tangibile, da cui è difficile restare immuni, le strade fino a poco prima festanti sono vuote e silenziose in attesa dei 10 minuti finali.

Diego non sta giocando una partita memorabile, una punizione parata, una uscita di Schumacher, poco altro fino all’84’ quando recupera una palla a metà campo e inventa un assist incredibile per Burruchaga, che in uscita brucia il portiere tedesco. 3 a 2 Napoli in delirio, in totale delirio. I 5 minuti finali non esistono, tutti, ripeto tutti, in strada a festeggiare. Margherita e birra gratis per tutti in pizzeria, festa, Fiesta. Vamos Diego, vamos Argentina, ‘iamme uagliò!! Vinto il mondiale, la naja ancora lunga da finire, Napoli sotto pelle e ancora non lo sapevo, i ricordi di quegli anni si intrecciano spesso con Diego, personaggio controverso una volta smessi gli scarpini: la fragilità dell’uomo contrapposta all’onnipotenza del campione assoluto.

Adesso sto guardando in Tv Napoli che celebra il suo mito, la sua icona, che piange e si affrange per un figlio che non c’è più e alla fine non riesco a non essere commosso. Un uomo fragile, un campione immenso, un avversario formidabile, fisicamente insignificante, non certo un “atleta”, di certo un’artista, uno contro tutto e contro tutti, anche contro se stesso, anzi forse più contro se stesso che contro tutti. Il Che come mito e Fidel come amico con cui condividere il giorno della morte, il 25 novembre, Cuba nel cuore come Napoli, gli USA come “nemico”. La droga, la beneficenza, l’opulenza, le cadute e le risalite.Più che controverso. Contro. E chi è senza peccato, scagli la prima pietra… Viva Diego! El Dies! El Pibe de Oro!

Hasta la victoria, siempre!

R.I.P.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: