Un altro grandissimo che se ne va… R.I.P. Philippe Jaccotett

di Stefano Zorzi

Giorni tristi per la letteratura e la poesia, neanche il tempo di pensare a come colmare il vuoto, enorme, lasciato da Lawrence Ferlinghetti ecco che a distanza di pochi giorni ci lascia anche il grandissimo Philippe Jaccottet uno dei grandi, dei massimi poeti del nostro tempo.

Ci lascia come ha sempre vissuto, ovvero in maniera discreta e mai invasiva pur essendo una delle più fulgide stelle della poesia francese, europea e mondiale del tardo Novecento. Un grande che ha scritto versi sempre, comunque, invariabilmente alla portata del lettore.

I contenuti della poesia di Jaccottet corrispondono infatti alla “ritmica del vivere e del percepire il vissuto”. Un po’ come se un redattore a noi vicino compilasse giornalmente il nostro diario, filtrandolo attraverso la sua visione dell’attorno.

Così nel suo scrivere si accavallano al ritmo del respiro continue istantanee di vita: occasioni di vita, incontri, scritti, ricordi ripiombati nel presente e immagini che riempiono le pagine bianche del vissuto collocandole nel macrocosmo dell’esistenza: ecco il respiro cosmico dell’opera di Jaccottet.

Ed è esattamente il suo vissuto a formarlo poeticamente: di passaporto svizzero, nato a Moudon, cantone del Vaud, nel 1925, già nel 1953 approda a Grignan, nella campagna del Midi, dove sempre sarebbe vissuto con sua moglie, la pittrice Anne-Marie Haesler. Ha studiato a Losanna, ha conosciuto Parigi, presto accolto nelle edizioni della N.R.F. e perciò di Gallimard, ben presto decide di vivere del mestiere più rischioso e appagante, la versione di poeti e prosatori, esordendo con la straordinaria impresa dell’Odissea. Questa decisione, contemporanea alla scelta di vivere a Grignan (1.600 abitanti) nella discrezione più assoluta, rende l’idea dell’ anti-personaggio Jaccottet e del suo approccio “in punta di piedi” alla scrittura e conseguentemente alla vita. E i fattori potrebbero essere tranquillamente inversi

Essendo un plurilingue, immensa fortuna, si confronta con i tedeschi (Rilke, Mann) e gli italiani a cui si sente più contiguo: Leopardi e Ungaretti. E’ un critico intransigente del suo stesso scrivere al punto da escludere dalle opere maggiori molti scritti che saranno “relegati” documenti personali: ad esempio il Requiem (dedicato ai trucidati dal nazi-fascimo) nella visione del Poeta troppo retorico per inserirsi nelle opere maggiori.

Le parole di Jacottet non esasperano alcun tema, sono sempre pacate e misurate, mai oltre il tono, quasi circolari come il moto delle onde o la circolarità ellittica dell’universo. Il tratto poetico non incide la carta, ma vi si appoggia delicatamente permeandola però in profondità, rendendola parte viva del respiro dell’esistenza. Se si dovesse paragonarla alla musica potrebbe essere ben rappresentata dalle 12 battute circolari del Blues, che ritorna spesso uguale a se stesso, ma ogni volta diverso, profondamente diverso.

Jaccottet torna sempre sui suoi passi e sull’eterno palinsesto del vivere la vita pensandola attimo per attimo.

Addio Maestro, e grazie della delicatezza con cui a scritto e vissuto, che ben sono rappresentati nelle sue poesie, dell’amore per l’Italia e per Recanati in particolare dove l’ispirazione si è trasformata in un moto circolare che ha riempito la sua poetica per decenni e l’ha resa immortale.

A voi come sempre buona lettura e buona scoperta.

PHILIPPE JACCOTTET – Alla luce dell’inverno, pensieri sotto le nuvole 1925

Parlare è facile, e tracciare parole sulla pagina
vuol dire, per lo più, rischiare poca cosa:
lavoro da merlettaia, ovattato,
tranquillo (perfino alla candela si potrebbe
domandare una luce più dolce, più ingannevole),
le parole sono tutte scritte con lo stesso inchiostro,
«fetore» e «fiore» per esempio sono quasi uguali,
e quando avrò ricoperto di «sangue» l’intera pagina,
lei non ne sarà macchiata,
o io ferito.

Capita dunque di provare orrore per questo gioco,
di non capire più cosa si voleva fare
giocandoci, invece di arrischiarsi fuori,
e di fare un uso migliore delle proprie mani.

Questo
è quando non ci si può più sottrarre al dolore,
quando il dolore somiglia a qualcuno che viene,
strappando il velo di fumo in cui ci si avvolge,
abbattendo uno per uno gli ostacoli, colmando
la distanza sempre più lieve – d’improvviso così vicino
che non si vede più che il suo muso più largo
del cielo.

Parlare allora sembra menzogna, o peggio: vigliacco
insulto al dolore, e inutile spreco
del poco di tempo e forze che ci resta.

PHILIPPE JACCOTTET – L’ignorante 1925

Più invecchio e più io cresco in ignoranza,
meno possiedo e regno più ho vissuto.
Quello che ho è uno spazio volta a volta
innevato o lucente, mai abitato. E il donatore
dov’è, la guida od il guardiano? Io rimango
nella mia stanza, e taccio (entra il silenzio
come un servo che venga a riordinare),
e attendo che a una a una le menzogne
scompaiano : cosa resta? Cosa rimane a questo moribondo
che gli impedisce ancora di morire? Quale forza
lo fa ancora parlare tra i suoi muri?
Potrei saperlo, io, l’ignaro e l’inquieto? Ma la sento
parlare veramente, e ciò che dice
penetra con il giorno, anche se è vago:
«Come il fuoco, l’amore splende solo
sulla mancanza, e sopra la beltà dei boschi in cenere…»

SZ 27 febbraio 2021

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